lunedì 12 ottobre 2015

Recuerdos de la Alhambra













Ed eccola la magia!

Svetta sulla collina di Granada - ai piedi della Sierra Nevada - un’imponente costruzione: esternamente appare come un’inespugnabile fortezza.  L’interno lo definirei il tentativo più grandemente riuscito di dare forma al paradiso terrestre.



L’Alhambra non è solo un palazzo arabo: è  l’ebbrezza che ti confonde l’anima quel tanto che basta da chiederti sei l’hai veramente vissuta o solo sognata.




L’Alhambra è una suggestione, un profumo di spezie, un fruscio di un abito di seta, un verso di una poesia d’amore nel profondo della Spagna andalusa.


L’Alhambra è una musica malinconica, sintesi perfetta fra Oriente e Occidente.


 

L’Alhambra è una donna, amata e perduta e, come tutti gli amori struggenti, ti  sfiora l’anima in quell’istante sublime che vale l’eternità.

Proprio come la principessa ammaliatrice del mio racconto aveva fatto con il suo liuto d’argento: le sue canzoni d’amore e la sua voce avevano conquistato il cuore del vecchio re Aben Habuz.





Visitare oggi l’Alhambra, entrando dopo ore di attesa, spesso sotto il sole, accompagnati da frotte di turisti, potrebbe regalare poco di quella magia tanto sperata, ma siccome i miei sogni di bambina sono guide tenaci, io invece quella magia l’ho trovata davvero.

Con questo pensiero ho scoperto il portone d’accesso segreto che l’astrologo aveva progettato per il suo re. 


Già, perché il mago Ibrahim Eben Abu Agib, che era arrivato a piedi dall’Egitto(Dio è grande!), aveva costruito per il suo re sulla collina di Granada il palazzo che noi oggi chiassosamente visitiamo. 


La porta incantata e la sua chiave scolpita sono lì sotto gli occhi di tutti ma non per tutti. Solo chi crede davvero nei sogni sa che quella chiave non è solo pietra. Essa apre davvero la porta del tempo, oltre la quale i personaggi del mio racconto sono veri e tangibili.






Eccoli! Li ho scorti mentre si danno convegno, il re e la sua principessa straniera. Conversano amabilmente nella frescura del giardino incantato mentre lontano il bianchissimo quartiere arabo, l’Albaicin, sonnecchia nella siesta di una stagione perduta.






Per un attimo si sono mostrati per poi sparire tra corridoi e lunghe file di colonnati: silenziose pietre custodi di storie antiche.







Ci sono luoghi che mi appartengono da sempre. Sospesi tra visione onirica e realtà, sono le proiezioni della mia fantasia.  








Questi sono i miei “Recuerdos de la Alhambra”.


Mi domando: questi  miei pensieri rappresentano il racconto di un tour vacanziero o sono un viaggio nella mia infanzia?

Non so più distinguere la differenza fra l’affacciarsi a una finestra  del palazzo e sfogliare il mio libro perché ciò che vedo è la stessa cosa. E, tutto sommato, ne sono contenta perché vivo una splendida emozione.


 
Non ho molte pretese nella vita se non quella di poter vedere il mondo attraverso la bellezza lasciata come testimonianza per i posteri da chi ci ha preceduto. 

Quando la vita è poesia che importa se finzione e realtà si confondono?

Nel luogo dell’anima tutto è vero e possibile: sia che un vecchio astrologo sia sprofondato nel cuore della collina di Granada sottraendo al re Aben Habuz la fanciulla di cui s’era innamorato…
 

Sia scorgere la principessa straniera aggirarsi furtiva  per le sale dell’Alhambra in cerca del suo re.  



Ancora 

una volta!
 




 


 


P.S.: il libro l’Astrologo Arabo, edizione Paoline, 1966 è stato scritto da Amélie Linz von Godin.  

La stessa storia è anche presente ne “i Racconti dell’Alhambra” scritti nella prima metà dell’800 dallo scrittore e viaggiatore americano Washington Irving che dipinse un suggestivo quadro dell’Andalusia del suo tempo. 

Le foto sono tratte dal libro citato e dall'album delle mie vacanze.  

Sibilla





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